I vitigni autoctoni sono stati selezionati per maturare nella zona di origine in un periodo in cui le temperature esterne ambientali sono più adatte a una vinificazione senza apporto di energia esterna.

nerello mascalese i vigneri
nerello mascalese i vigneri

Il luogo di origine di questa cultivar a bacca nera, da sempre la più diffusa nella zona etnea, è sicuramente la piana di Mascali, alle falde dell’Etna, dove questo vitigno si coltiva da almeno quattro secoli. Il Nerello Mascalese dell’Etna, oggi, è un complesso di popolazioni clonali molto eterogenee. Il Niureddu mascalisi o Niureddu, come è chiamato dai viticoltori etnei, è un vitigno di grande vigoria vegetativa e produttiva. Questa vigoria è fortemente condizionata, sull’Etna, dall’annata, dalla zona in cui è coltivato, dal sistema di allevamento, dalla densità di impianto e dalle pratiche colturali impiegate.

A parità di condizioni di allevamento e pratiche colturali, l’andamento climatico del periodo estivo, luglio-agosto, e autunnale, settembre-ottobre, può determinare forti variabilità della qualità dell’uva, non solo tra un’annata e un’altra, ma anche per la stessa annata a seconda del versante dell’Etna e dell’altitudine in cui quest’uva viene prodotta. La vite spesso si trova, vista anche la natura sabbiosa del terreno vulcanico, a fronteggiare situazioni di stress idrico nel periodo estivo e di abbondanza di piogge nel periodo prima e/o durante la vendemmia, dato che la maturazione si ha da inizio di ottobre in poi e sino a tutto ottobre, in coincidenza, spesso, con l’inizio del periodo di maggiore piovosità nella zona etnea.

Il Nerello Mascalese, negli anni ’50, era il vitigno più diffuso nella provincia di Catania: 67% della superficie ad uva da vino della provincia; 37.000 ha coltivati; 694.000 q.li di uva prodotta (da Mazzei, Zappalà). Esso, coltivato quasi esclusivamente nel catanese e nel messinese, negli ultimi venti/trenta anni si è largamente diffuso nel palermitano e nell’agrigentino, dove è allevato principalmente a tendone ed a spalliera.

Deve la sua diffusione, in queste province, più che alla qualità, proprio alla sua alta vigoria produttiva, esaltata da sistemi di allevamento come il tendone e la controspalliera irrigati.

Nella zona etnea, nei nuovi impianti, si usa ancora porre a dimora le barbatelle franche, cioè le piante di vite americana, che vengono successivamente innestate nel febbraio-marzo dell’anno successivo, a spacco, con il Nerello Mascalese. Le fallanze, cioè le viti non attecchite, sono riprese solitamente ad agosto-settembre con innesto a gemma.

carricante vitigno autoctono i vigneri

Sino agli anni ’50 era il vitigno ad uva bianca più diffuso in provincia di Catania, occupando il 10% (3.700 ha, 103.000 q.li di uva) della superficie ad uva da vino della provincia (Mazzei – Zappalà). Esso è stato da sempre esclusivamente coltivato nella zona etnea.

Il Carricante (Carricanti) è anch’esso un vitigno autoctono antichissimo dell’Etna, selezionato dai viticoltori di Viagrande che gli hanno attribuito questo nome proprio per la sua costante e buona produttività. È un vitigno che si è diffuso particolarmente nel versante est dell’Etna, solitamente nelle contrade più elevate dove il Nerello Mascalese difficilmente maturava o nei vigneti in miscellanea con lo stesso Nerello Mascalese e con la Minnella bianca (altra cultivar autoctona).

È un vitigno che sull’Etna dà vini contraddistinti da un basso contenuto in potassio, da un’elevata acidità fissa, da un pH particolarmente basso (2.9/3.0) e da un notevole contenuto in acido malico, tanto che ogni anno è indispensabile far svolgere al vino, completamente, la malolattica. A tal proposito già il Sestini (1774) citava l’uso dei viticoltori delle zone più alte dell’Etna di lasciare il vino prodotto con il Carricante nelle botti sulle fecce o lieviti (la madre), in modo da favorire in primavera la cosiddetta fermentazione malolattica97 e smorzare così l’accentuata acidità (‘u muntagnuolu) tipica di questo vino.

Intorno al 1885 fu introdotto nella provincia di Agrigento e Caltanissetta, non trovando però diffusione.

 La tecnica colturale adottata è la stessa del Nerello Mascalese, con qualche trattamento in più contro la peronospora e l’oidio (u malu u sulfuru). Anche per quest’importantissimo vitigno autoctono bisognerebbe attuare un programma di recupero e selezione clonale.

carricante vitigno autoctono i vigneri
Nerello Cappuccio
Nerello Cappuccio

In Sicilia il nome di Nerello Cappuccio, o Mantiddatu niuru o Niureddu Ammatiddatu, si attribuisce a diversi vitigni che hanno un portamento a mantello delle foglie.

S’ignora quale sia l’origine di questo vitigno.

Intorno agli anni ’50 era coltivato principalmente in provincia di Messina, dove occupava il 5% della superficie vitata. Nella zona del vino Faro a D.O.C., questo vitigno occupava in quegli anni sino al 30% della superficie vitata (Mazzei-Zappalà).

Dai lavori di indagine svolti sul Mascalese ed sul Cappuccio sono emerse, sia dal punto di vista polifenolico che aromatico, sensibili differenze tra questi due vitigni, che li rendono complementari, giustificando il loro tradizionale taglio per la produzione dei vini rossi Etna a D.O.C. 

Dal Nerello Cappuccio, nella percentuale del 15-20%, e dal Nerello Mascalese, nella percentuale dell’85-80%, coltivati sull’Etna, si ottengono dei vini rossi dalle spiccate caratteristiche di tipicità e particolarmente adatti all’invecchiamento.

La tecnica colturale utilizzata nella zona dell’Etna per il Nerello Cappuccio è orientativamente la stessa utilizzata per il Nerello Mascalese.

Girando per i vigneti dell’Etna è facile trovare un vitigno a bacca bianca dal grappolo medio-grande e con il caratteristico acino dalla forma allungata: La Minnella. È un vitigno autoctono che si coltiva solamente nella regione etnea. Si trova soprattutto nei vecchi vigneti, in consociazione con il Nerello Mascalese e il Carricante. Tempo fa, in piccole quantità, veniva coltivato anche in provincia di Enna (Agira). Il nome Minnella (“Minnedda janca”) gli è stato attribuito dai viticoltori etnei per l’originale forma dell’acino, somigliante ad una “minna”, cioè ad un seno. Non si hanno notizie storiche circa l’origine di questo vitigno. La Minnella può essere utilizzata per la produzione dell’Etna a D.O.C. sino ad un massimo del 10% insieme con il Nerello Mascalese, il Nerello Cappuccio ed il Carricante. Matura tra la seconda e la terza decade di settembre, quindi in anticipo rispetto agli altri vitigni autoctoni etnei (prima e seconda decade di ottobre).

La salvaguardia della biodiversità dovrebbe essere considerata un valore primario, in quanto è la condizione essenziale per il futuro lavoro di miglioramento genetico della specie vegetali ed animali. Solo attingendo a un vasto serbatoio di geni sarà possibile far fronte ad esigenze particolari, specifiche e mutevoli nel tempo.

– Salvo Foti